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La topa di Bepi

“Prima del ponte dopo Ca’ Savio, girate a destra, vi aspetto lì”. Questo era l’appuntamento dato per telefono da Bepi, un amico di un amico, che con una barca da trasporto avrebbe dovuto trasportare la grossa betoniera fino a Venezia.

Eravamo d’accordo di poter ricevere un passaggio dal lido di Jesolo, la lunga striscia di terra che a nordest separa la laguna di Venezia dal mare, fino alla città marinara. Ci sedemmo in qualche modo sull’assito che chiudeva la stiva del barcone da trasporto, la “topa”, tipica barca stretta e dal fondo piatto che viene utilizzata per gli spostamenti in laguna. “12 metri di lunghezza e trenta tonnellate di carico”, il piccolo e canuto Bepi vantava le caratteristiche della barca acquistata tredici anni prima, che guidava in piedi. Guidava il barcone con noi a bordo tenendo giusto sotto il cavallo dei pantaloncini il lungo bastone di legno del timone. Era piccolino, i capelli bianchissimi, il volto reso paonazzo sia dal sole che dalle “ombre”. Era contento di poter aiutare gli amici con quel trasporto. Era contento di avere gente a bordo per vantare le sue capacità marinare, e le capacità della sua barca che guidava in quel modo strano. Le barche sono gli amori per i pescatori di Burano, la variopinta isola di 3500 abitanti collegata a Venezia solo con un battello di linea ogni ora, dimenticata non solo dai veneziani, ma anche dalle orde turistiche “mordi e fuggi”. In piedi, in fondo alla barca, Bepi teneva, chiacchierando  e ridendo, lo strano controllo del mezzo, nonostante le onde prodotte dai motoscafi, che facevano saltare la pesante prua e dondolava le anche sulle onde, tenendo sempre diritto di fronte a se il lungo bastone.

Rideva delle domande stupide dei “terricoli” che chiedevano di come si facesse a sapere chi ha la precedenza in laguna, ignoranti del fatto che la precedenza la ha il più grosso, se non altro per la difficoltà data dall’inerzia dei battelli.

Rideva e spiegava come all’alba, alle cinque, prendesse l’altra barca, quella per la pesca delle conchiglie, dotata di un rostro posteriore da cui vengono calate le reti che si trascinano sul fondo del mare alla ricerca di mitili. “due o tre quintali ogni giorno, mi bastano, conosco i posti , prendo solo quelli grossi, qui, in mare” e poi il rientro, spostare le conchiglie pescate sulla topa ed andare a Venezia, per portarle al mercato, un ora di viaggio  a dieci, dodici chilometri orari, il lento motore diesel,  a fianco delle briccole, i pali legati tre a tre che delimitano nella laguna  canali navigabili. ”Sono 182 le barche come la mia registrate al Comune, ma gli altri pescano di più, partono di notte, anche se è vietato e pescano anche venti o trenta quintali, quando vado in mare io loro sono già di ritorno” descrive le vicende del mare al di fuori delle bocche di porto della laguna di Venezia. “Sono di Burano, ma vivo in terraferma”, dice, vivendo con la famiglia lungo la penisola del lido di Jesolo “Mio figlio, che pesca con me, ha la macchina, io non ho la patente”, grida contro vento l’omino dai capelli bianchi ed il volto rosso. Non ha bisogno della patente, Burano è lì a venti minuti di barca, con gli amici ed il bar, le cozze in mare, Venezia, lontana, ad un ora di navigazione.

Pubblicato il 23/7/2005 alle 9.46 nella rubrica Racconti.

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